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Death Trance (2005)

Film: Death Trance

Action-fantasy giapponese nato da una costola del team artistico di "Versus".

 

 In un futuro medioevo si scatena la lotta per il possesso di un'antica bara custodita in un tempio di monaci. Dentro il misterioso sarcofago molti ritengono esserci nascosto il potere capace di tramutare i desideri in realtà, l'oggetto è trafugato da un uomo sconosciuto che trascina la bara in compagnia di una bambina sorridente, la strana coppia è diretta verso un luogo sacro capace di sprigionare i favolosi prodigi. Per il recupero della bara viene inviato un giovane e inesperto monaco, ma anche altri personaggi pronti a tutto sono interessati a mettere le mani sul cimelio, che al suo interno nasconde...

Cinque anni dopo "Versus", l'indipendent-horror che ha lanciato il regista Ryuhei Kitamura ("Prossima Fermata: l'inferno"), alcuni dei suoi artefici pensano bene di sfruttare l'onda lunga del successo, guadagnato in gran parte grazie al passaparola di internet, con la produzione di un film che grosso modo ne ricalca l'impostazione, anche se i soldi disponibili questa volta sono (di poco) superiori. In "Death Trance" si riuniscono Yuji Shimomura alla regia e Tak Sakaguchi nel ruolo di "Grave": in "Versus" erano l'action-director e l'attore protagonista. La pellicola è un pastiche senza velleità alcuna se non quella di divertire, un'espansione di quell'attitudine presente in "Versus" che ha attirato diverse critiche per l'eccessiva attenzione rivolta agli aspetti action a discapito della costruzione di storia e personaggi. "Death Trance" è un ironico martial-art-movie girato con un budget contenuto, ambientato in un'epoca senza tempo e stop.

"Death Trance" sfrutta ancora una volta le belle foreste del Giappone per organizzare una serie di combattimenti fantasiosi, le scenografie risultano però più ricche e variegate, si possono ammirare quindi: un vecchio tempio con una schiera di statue poco rassicuranti, una caverna adibita a luogo di ristoro e alcuni spazi aperti desertici e stranianti. La vicenda si concentra da subito su un'antica bara che il misterioso "Grave" trascina come Franco Nero in "Django" (1966), l'uomo è seguito da una bambinetta vestita con un ingombrante costume, un rimando esplicito alla serie "Lone Wolf and Cub" con la coppia leggendaria di Itto Ogami e il suo "cucciolo". Il periodo storico è indefinito ma si tratta di un ipotetico futuro con reminescenze del Giappone feudale, mischiato con elementi post-apocalittici alla "Mad Max", una sensazione trasmessa soprattutto dagli indumenti dei personaggi e dalla presenza di armi-steampunk e sorprendenti automezzi: un bazooka a ricerca calorica, una moto scattante pronta a essere usata con fini poco pacifici.

 

Pubblicato in Recensioni

Tags: Fantascienza, Fantasy

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