Il Diavolo veste Prada - l'irresistibile canaglia

    ImageUna strepitosa Meryl Streep protagonista del film ritratto della spietata e onnipotente direttrice della piu' importante rivista di moda del mondo alle prese con un'assistente imbranata.
    La filosofia di Bugs Bunny insegna che i mostri sono la gente piu' interessante. Su questo fondamento Lauren Weisberger ha costruito un romanzo a clef grazie al quale il conto della signora si e' arricchito di un'invidiabile serie di zeri che ora si e' ulteriormente allungata da quando Il diavolo veste Prada e' diventato anche un film.
    L'idea e' questa: raccontare l'esperienza di un anno vissuta da un' aspirante giornalista come personal assistent della direttrice di una rivista fictional di moda che, ovviamente e' Vogue. Per quelli che doverosamente non trovano niente di ovvio in queste parole, sara' bene spiegare che nell'ambiente dell'haute couture (perdonate l'eccesso di francese ma nell'ambiente si usa e poi serviva un sinonimo) il personaggio in questione ha un potere che Bill Gates nei computer sta facendo la gavetta. Per la foto di copertina c'e' gente disposta a uccidere, per una buona recensione di una sfilata non c'e' mamma o figlia o quant'altro di piu' caro che tenga. Aggiungete che il mondo delle griffe e' un universo di belve, di odi eterni, di veleni, rivalita' ego smisurati che alimenta un giro di soldi sufficienti a trasformare il terzo mondo in un esotico luogo di vacanze esclusive.
    Di questo bell'ambientino la direttora e' un monarca che regge con pugno di ferro un regno sul quale non tramonta il sole (anche perche' non ha il tempo di occuparsi di queste frivolezze). E' lei il Diavolo del titolo. La clef dell'inizio (che poi sarebbe la tesi) e' che un giorno l'aspirante giornalista, imbranata e, (oh, quale terribile affronto!), vestita in puro stile povero-grunge diventa la sua assistente. L'ovvio corollario e' che nemmeno il Diavolo vestito di Prada puo' permettersi di trattare come uno schiavo di serie B la sua assistente.
    L'idea geniale e' che alla fine dei conti il Diavolo fa molto piu' ridere dell'assistente imbranata. Soprattutto se quell'elegantissimo Diavolo e' interpretato da Meryl Streep, che dev'essere la donna scelta dagli dei della settima arte per rappresentare l'idea di attrice. Nella sua carriera strepitosa le uniche prove non all'altezza erano state proprio nella commedia, perche' come interprete drammatica non c'e partita. In questa occasione e' semplicemente irresistibile, perfetta, straordinaria, incredibile nel dare luce alle piu' sottili e impercettibili sfumature. Fare il personaggio di una carogna potente non e' poi un fatto memorabile: tutt'altra cosa e' far ridere interpretando una donna che potrebbe essere strozzata dal proprio analista. Non solo: perche' la gran dama non e' solo cattiveria. E' una donna intelligente, con la mente veloce e, scusate il termine, un paio di palle da far paura. Credete davvero che a guidare un impero editoriale ci possa essere una cattiva ottusa? pensate che sia facile reggere quella pressione e quei ritmi o tenere testa a un simile consesso di belve? comportandosi come uno squalo che devasta una festa di tonni, Meryl Streep finisce per conquistare la simpatia dello spettatore perche' lei e' una donna fuori dal comune, la giovane aspirante alla fine della fiera e' la classica imbranatella carina come ce ne sono tante. Per amor di Dio: questo non vuol dire che si meriti di essere sbranata, anche se essere carina e imbranata non fa curriculum. Ma non c'e dubbio che faccia piu' ridere il Diavolo.
    Paolo Biamonte

     

    Pubblicato in Recensioni

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