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Telefoni, vermi e fantasmi - questo sì che è horror

ImageLa paura è il tema comune di quattro film in uscita questa settimana: Chiamata da uno Sconosciuto, un thriller, remake di un cult del 1979, due storie di fantasmi, La Spina del Diavolo e Shutter e Slither, uno splatter con dei vermi venuti dallo spazio dalle abitudini alimentari non proprio delicate.
Con il contributo di qualche ripescaggio, ecco un altro weekend da grande abbuffata per i fan della paura. Ce n'è per tutti i gusti: il thriller claustrofobico, due film di fantasmi, uno di Guillermo Del Toro, l'altro asiatico, e uno splatterone con dei vermi generati da un meteorite che, in puro stile Troma, prendono possesso del corpo degli abitanti dell'immancabile small town americana.
Cominciamo dal thriller: si tratta del remake di Chiamata da uno Sconosciuto, un cult del 1979 che ha originato imitazioni e parodie (vedi Scream). La storia è quella della baby sitter che per tutta la notte viene tormenatata da telefonate in cui la voce da orco del cattivo le chiede notizie dei bambini. La paura vera scatta quando la ragazza si rende conto che lo sgradito interlocutore chiama dall'interno della casa. Ma mentre l'originale si sviluppava attraverso un ulteriore incontro anni dopo, quando la ragazza era diventata madre e il cattivo era uscito da un manicomio criminale, la nuova versione diretta da Simon West (Laura Croft: Tomb Raider) punta tutto su questa sorta di telefonica caccia del gatto col topo. Ambientato in una casa di spettacolare opulenza, Chiamata da uno Sconosciuto è uno di quei film in cui la tensione è alimentata da particolari che in situazioni normali fanno parte della quotidianeità: il rumore della macchina del ghiaccio, le lampade comandate a distanza, gli alberi sbattutti dal vento. Il tutto con una morale alquanto ironica: la baby sitter quella notte lavora gratis per compensare l'uso eccessivo del telefono della casa dei suoi datori di lavoro. In questo caso è la paura che fa sembrare fantasmi normalissimi ombre e i suoni della quotidianeita'.
Nel caso di La Spina del Diavolo e Shutter i fantasmi ci sono davvero e i due titoli possono essere usati come esempio di una delle cose più difficili che un regista possa fare: ritrarre un fantasma. Perchè il minimo errore può distruggere anche il film più bello.
La tesi di Guillermo Del Toro, autore di grande talento, è che i fantasmi sono tristi e tornano sulla Terra per affrontare questioni mai risolte. Il loro obiettivo non è fare paura ma comunicare qualcosa perchè possano finalmente trovare riposo. La Spina del Diavolo è ambientato in Spagna nei giorni finali della Guerra Civile. Mentre i fascisti di Franco stanno per prendere il potere, in un orfanatrofio sperduto nella Spagna più remota i figli delle famiglie dei militanti di sinistra attendono la fine. Dopo aver attraversato il paesaggio dove si è svolta l'epopea degli Spaghetti Western, una macchina porta nell'istituto il nuovo arrivato, Carlos al quale sara' assegnato il letto n. 12, quello di Santi, un bambino morto il cui fantasma continua ad aggirarsi per quei lugubri corridoi e a far sentire il suo canto straziante. Carlos arriverà a vederlo, una figura grigia e tristissima. Del Toro è un maestro delle atmosfere dark: è evidentemente attratto dall'horror ma in realtà ne utilizza gli stilemi espressivi per raccontare l'anima dei personaggi.
Banjong Pisanthanakun e Parkpoom Wongpoom, i due registi autori di Shutter, non hanno voluto rischiare di fronte al problema del ritratto del fantasma e hanno scelto la strada più sicura, seguire gli standard. Così, come nella quasi totalità dei film asiatici, anche questi hanno capelli neri e hanno un'età compresa tra l'adolescenza e i 20 anni. Per la verità la coppia di due tra i nomi più impronunciabili della storia del cinema dimostra una fedeltà agli standard che va ben al di là dell'immagine del fantasma. Ecco la storia: una coppia di sera sta tornando a casa in macchina quando travolgono qualcosa che ha tutta l'aria di essere una donna. Ma prima che la donna al volante sia scesa dalla macchina, il suo partner la convince ad andar via. Qualche giorno dopo si scopre che l'unico incidente accaduto quella sera su quel tratto di strada ha visto una macchina finire contro un cartellone. I problemi sono due: primo la macchina e' proprio quella dei due nostri eroi, secondo non c'e traccia della ragazza. Le cose si complicano quando Tun, il protagonista, un fotografo dilettante che non si separa mai dal suo obiettivo, sviluppa le foto scattate quella sera. Perchè nelle foto si vede quello che non si vedeva nella realtà: i fantasmi. Convinti di averne uno alle calcagna, i due cercano consiglio da un loro amico reporter che li informa che da sempre i fantasmi appaiono nelle foto. E per supportare la sua tesi gli mostra una serie di foto scattate dal vero. Particolare non trascurabile, nei titoli di coda i produttori ringraziano i rispettivi proprietari delle foto, usate, dicono i titoli, 'senza permesso'. Per questo motivo state bene attenti se nelle vostre foto compare una ragazza con lunghi capelli neri che non ricordate di aver incontrato.
Con Slither si torna invece alla formula antica della paura che viene dallo spazio. Come da tradizione tutto comincia da un meteorite che precipita vicino alla classica piccola città americana, dove quel poco che c'e' si affaccia sulla Main Street, c'e' piu' o meno uno solo ricco e ci si ubriaca per festeggiare l'apertura della caccia. Il meteorite porta con se un equipaggio di vermoni in puro stile Blob che vanno ad abitare nel petto proprio del riccone. I vermi in questione hanno questa principale caratteristica: entrano dalla gola, lasciano alle vittime la memoria della loro condizione umana ma in cambio generano un irresistibile appetito per la carne cruda, possibilmente umana. Sarà opportuno chiarire che si nutrono attraverso dei tentacoli che, fuoriuscendo dal petto, penetrano nelle viscere in una maniera che non è il caso di descrivere. Piuttosto va aggiunto che chi è posseduto dai vermoni comincia a comportarsi come uno zombie, espediente che consente a Slither di accreditarsi anche presso i fan di questo genere. Anche in questo caso il richiamo agli standard è evidente. Ma è proprio l'uso di situazioni standardizzate che permette di dare spazio all'ironia che, come spesso accade, è uno degli elementi delle migliori produzioni horror.
Paolo Biamonte

 

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